Michele Provinciali, “Pesaro, andata. 260 lire” Imago n.1, maggio 1960.
Michele Provinciali (Parma, 1921 – Pesaro, 2009), “Pesaro, andata. 260 lire”. Contenuto nella rivista “Imago. Proposte per una nuova Immagine”, n.1 del maggio 1960. Direttore Responsabile Raffaele Bassoli. Art Director Michele Provinciali. Milano, Edizione della Bassoli Fotoincisioni, 1960. Cartoncino fustellato. Milano, Lucini Editore. Dimensioni cm 30 x 16. In ottimo stato. In cornice moderna in legno.
<<<Pesaro, andata.>>> <<260 lire.>> progetto Michele Provinciali testo Raffaello Baldini
«Pesaro, andata,» «260 lire.» Le parole si incrociano asciutte attraverso lo sportello di legno scuro. Mani in movimento, lem-bi di maniche, un biglietto rosa, alcune monete. Chi sa a quanti centesimi del 1876 corrispondono 260 lire? Lo sportello è an-cora una fessura (da una parte la Gran Macchina, dall’altra il passeggero), il biglietto è sempre rosa con righe nere e due nomi di città e numeri. E un principio di fiore sotto il prezzo. Non è nostalgia o escape. Tentazioni facili, il luogo comune della civiltà tecnicizzata, eccetera, di dimensioni perdute, eccetera, magari di tempo ritrovato. Ci sono stati tagli netti, in verticale, una rivoluzione, profeti tonanti come Adolf Loos, la chiesa riformata di Dessau, il brainwashing di Piet Mondrian, e vittime, un’altra Mayflower piena di sovversivi al molo di New York, roghi di libri e di arte degenerata. Poi, dopo l’apocalisse, sono venute le tra-duzioni, decine di migliaia di libri, edizioni integrali, Paul Strand, riproduzioni di tutto (con pennellate in rilievo), case e strade (e le plazze?), grattacieli, tripli servizi, manifesti al fluoro, l’egizio ed il cairoli, Paul Rand, Saul Bass, millardi di dépliants, Hans Har-tung, Jackson Pollock, e lunghe lettere da Grosseto o da Belluno agli industrial designers. Tutto bene, anche se con qualche quiproquo. Soltanto che chi custodirà i figli del custodi?
I figli protestano. La grande muraglia della rivoluzione è incrina-ta. Bisogna trovare una saldatura, aprire un varco verso il mon-do dei nonni. I tagli netti servono a chiudere verso l’accademia, la volgarită e la menzogna, ma era tutto accademia, volgarità e menzogna quello che la rivoluzione ha tagliato fuori? Sul gran mare dell’art informel, dei tetti a terrazza, delle copertine del rotocalchi, balla un rettangolo rosa, un biglietto di corsa sem-plice delle Ferrovie dello Stato. É un cartoncino che scopre senza pudore la materia prima umilissima (paglia, senz’altro).
Sarà La che odora di vecchia tipografia fiorentina, che ci tramanda la fantasia ingenua di un anonimo professore di disegno. bene ripeterlo: qui non si tratta di revival, di snobismo o di noia. Se saldatura ha da esservi (e ha da esservi), l’unica strada, nelle nostre condizioni, è di risalire il filone della spontaneltä. questione, come sempre, è di scegliere giusto. Non si tratta di tornare indietro, semplicemente. O meglio, ripensare certe cose non significa necessariamente tornare indietro. Cambiare Gropius con Olbrich non ha senso: sarebbe come cambiare Bi-schof con Nadar. Non si vive di sole traduzioni. Ma questo biglietto rosa di terza classe sopporta veramente un così lungo discorso? D’accordo, il nostro «coraggio>> sta forse tutto qui. È una prova minima, un pezzo di cartone che i viaggiatori buttano appena scesi dal treno, ma è un segno di qualche utilità. Come si chiama l’urbanista che ha fatto la piazza di Orta o il quartiere vecchio di Taranto, come si chiamano gli architetti che hanno progettato le case di Flascherino? La via per la riflessione (non per la restaurazione) passa per questi luoghi. Magari qualcuno, adesso, dice folclore o neorealismo o altre cose. Ogni operazione, è chiaro, ha i suoi pericoll. L’importante è che quei pericoli valga la pena di correrli, che tutto non si riduca a eser-citazione. Così, dicevamo, la via per la riflessione passa per questi luoghi. E anche per il biglietto rosa. Questo biglietto, ci sembra, è un documento: è solido, perché duri tutto il viaggio, è di colore gradevole, è impaginato con grande buonsenso, ha un discretissimo elemento decorativo, contiene perfino un divieto. È un oggetto in cui la rara proporzione fra la povertà e il decoro ci può dare ancora indicazioni preziose. É veramente un biglietto che ci può alutare a complere il viaggio di dovere nella civiltà dei nostri nonni. (dal volume Imago 1960-1971. Una Rivista tra Sperimentazione, Arte e Industria. A cura di Giorgio Camuffo. Mantova, Corraini Edizioni, 2021).
E dunque che cos’è «Imago»? Non è facile dirlo: una rivista, un house organ, un campionario di eccellenza grafica, un repertorio di immagini, un luogo d’incontro, un laboratorio di sperimentazione tecnica e creativa o anche altro? «Imago» stessa non si mostra con «propositi di chiarezza»: prima si nasconde, poi, una volta aperta, esplode, si esprime in infinite forme e infine si perde, si frammenta – oppure si trasforma a ogni nuovo tentativo di avvicinarla. — Giorgio Camuffo. Con i suoi quattordici numeri pubblicati tra il 1960 e il 1971, «Imago» è un’impresa editoriale che non si lascia racchiudere in facili definizioni: un’avventura culturale nella Milano degli anni Sessanta, che in questo volume a cura di Giorgio Camuffo viene per la prima volta raccontata e documentata per intero.
Nata dall’incontro tra il progettista grafico Michele Provinciali e Raffaele Bassoli, titolare della Bassoli Fotoincisioni, «Imago» è formalmente una rivista aziendale, prodotta per mostrare quanto di meglio è al momento reso possibile dalle tecniche di riproduzione di immagini e testi.
Ma è anche un’«isola felice» di libera sperimentazione, dove figure del mondo dell’arte e della comunicazione visiva – tra cui Max Huber, Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Remo Muratore, Armando Testa, Pino Tovaglia – dialogano con nomi importanti della critica artistica e della letteratura, come Dino Buzzati, Piero Chiara, Giuseppe Pontiggia, Mario Soldati. «Imago» diventa così testimonianza del ruolo dei grafici tra boom economico e contestazione, delle tendenze artistiche dell’epoca, del rapporto che si sviluppa in quegli anni tra industria e cultura.
Le fotografie che documentano ogni stampato mettono in luce la straordinaria varietà dei lavori che «Imago» racchiude, oltre all’importanza della dimensione fisica ed “esperienziale” dei contenuti, mentre i numerosi racconti e aneddoti trasmettono lo spirito che ha animato questo progetto artistico collettivo.
Bibliografia:
– Imago 1960-1971. Una Rivista tra Sperimentazione, Arte e Industria. A cura di Giorgio Camuffo. Mantova, Corraini Edizioni, 2021, pag. 46 – 54 – 55
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